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Libano
O Libano dei cedri antichi e solenni,
terra che il mare accarezza e ferisce,
oggi il tuo nome è una preghiera spezzata
tra polvere e vento che non conosce riposo.
Nel sud lontano, tra colline e ulivi,
i villaggi non dormono più: si interrompono.
Le case basse, consumate come pelle stanca,
restano aperte nel giorno come ferite.
Non canta più il lavoro nei campi,
ma un tuono senza cielo, senza tregua,
e la terra—madre stanca e incredula—
trattiene nel grembo memorie frantumate.
Le mappe restano immobili, indifferenti:
è il corpo del mondo a tremare,
quando la terra smette di essere rifugio
e diventa domanda senza risposta.
Beirut ascolta da lontano,
come si ascolta una voce dentro il petto:
senza poter cambiare frequenza,
senza uscire dal suono.
Nel sud, i nomi dei luoghi diventano cenere fonetica:
si pronunciano ancora,
ma non corrispondono più a nulla.
Eppure—tra le interruzioni del presente—
qualcuno raccoglie una pentola,
qualcuno chiama per nome un animale,
qualcuno insiste a dire “domani”
come forma estrema di resistenza.
O Libano,
non sei soltanto ciò che si spezza sotto gli occhi del mondo:
sei ciò che rimane in piedi dentro la frattura.
Come cedro piegato ma non vinto dal vento,
come luce che persiste sull’orlo della notte,
tu continui a camminare—
anche quando il cammino
è soltanto memoria.
Johann Lubeck